Quanto è stretta la Via della Seta


Pubblicazioni Easternational

Fonte: MF del 02/11/2017

Se qualcuno aveva dubbi sulla determinazione del governo cinese a perseguire gli obiettivi della Belt and Road Initiative (conosciuta anche come le Nuove vie della Seta) e a mettere in atto tutto quanto necessario per raggiungerli, il XIX congresso del Partito Comunista Cinese che si è tenuto nei giorni scorsi a Pechino dovrebbe averli dissipati del tutto.

Nel discorso di apertura di Xi Jinping del 18 ottobre, durato ben tre ore e mezzo, si possono ritrovare infatti tutti gli ingredienti che hanno poi contriubito a “cucinare”  il piatto “Belt and Road”.

1.    Il ruolo delle aziende di proprietà statale: lontano dalle ondate di privatizzazioni degli anni 90, Xi proprone di rafforzarle e di renderle più efficienti, ma tenendole sempre solidamente sotto il controllo statale.   E le aziende di stato cinesi, dalla China Railway Construction Corporation a COSCO, alle grandi acciaierie ancora di proprietà dei governi provinciali, sono tutte attivamente impegnate nella realizzazione delle infrastrutture necessarie al completamento della visione dietro il progetto BRI. Certo, insieme a queste si muoveranno anche le aziende private, in ruolo secondario ed impegnate magari nei progetti meno strategici, anche se spesso finanziati dalle due “policy bank” cinesi: la Import-Export Bank of China e la China Development Bank (che ha superato la Banca Mondiale come ammontare di crediti allo sviluppo concessi nel mondo).

2.    L’apertura al commercio: Xi ha di nuovo riaffermato che la Cina sostiene un’ economia mondiale aperta agli scambi e agli investimenti reciproci,  affermando che anche la Cina farà del suo per garantire “equo trattamento” e accesso al mercato cinese alle imprese straniere.   Allo stesso tempo, è indispensabile anche per la Cina uscire dai propri confini attraverso l’espansione economica, come d’altra parte sta facendo da tempo, ma – dice Xi - con una selezione più attenta degli investimenti esteri.  Quelli relativi alla Belt and Road pero’ saranno  prioritari visto che il progetto stesso è definito da Xi come prioritario.  In altre parole: meno investimenti speculativi, piu’ investimenti strategici. Su questo fin da agosto il governo era stato chiaro con la pubblicazione della “lista nera” di settori che dovrebbero essere evitati perché troppo rischiosi.

3.    Convertibilità del Renminbi:  pochissimi riferimenti ad una possibile “agenda” che porti alla convertibilità piena della valuta cinese. D’altra parte, con la piena convertibilità , sarebbe impossibile controllare il flusso di capitali in entrata e, soprattutto, in uscita, dalla Cina, rendendo difficile anche orientare in modo piu’ strategico e meno speculativo ai capitali in uscita.  Questo significa quindi che il governo ha intenzione di conservare perlomeno nel futuro prossimo l’abilità di indirizzare anche gli investimenti privati piu’ rilevanti  (quelli medio piccoli sono di fatto già svincolati) verso operazioni che rispondono ai requisiti della Belt and Road.   A questo si affiancherà la capacità delle grandi banche di stato, e soprattutto le due policy banks, di destinare ingenti risorse in dollari o euro ai progetti  in altri paesi.

Infine, Xi è uscito rafforzato dal Congresso, con una schiera di fedelissimi nel rinnovato Politburo e la Belt and Road è la sua eredità al mondo.

Se le notizie lato “Cina” sono positive per la continuazione del progetto BRI, quali sono le implicazioni per l’Italia e - soprattutto -  per l’Europa, viste le implicazioni “continentali” di cui stiamo parlando?

Ne menzioniamo solo alcune per fornire materia di riflessione:

1.    Vista la forte competitività del sistema cinese quando si tratta di realizzare infrastrutture o opere importanti legate alla BRI in aree come l’ Asia meridionale, Africa e Medio Oriente, ma anche Balcani e Europa Orientale, non c’è il rischio che l’Unione Europea, che ha impostato la sua strategia geopolitica sull’espansione economica attraverso un mix di investimenti e accordi commerciali, perda rilevanza nei paesi toccati dalla BRI?  Come reagire a questo? Bisognerebbe dotare le istituzioni come la EBRD e la BEI di maggiori risorse (e un nuovo mandato)?  Creare un’unica agenzia di credito all’esportazione europea con maggiori risorse invece di 27 agenzie nazionali?

2.    Tornando a casa nostra (e per nostra di nuovo intendo europea – dimensione minima per affrontare la sfida), ci sono molte regioni che beneficerebbero di investimenti infastrutturali importanti, ma i singoli stati - soprattutto le economie del Sud Europa - hanno vincoli di bilancio che spesso non consentono questi investimenti.  Il progetto BRI non ha percentuali fisse di fondi destinate a certi paesi, e anche se il grosso è stato diretto finora ad Asia Centrale, Meridionale e Russia, non è escluso che una parte di questi fondi possa essere diretto a tali infrastrutture? A che condizioni?  Dovremmo tenere conto della sussistenza di reciprocità con la Cina? 

3.    Ed infine, visto che il progetto comunque andrà avanti indipendentemente dalla nostra volontà, si rende indispensabile anche smantellare tutte quelle barriere non tariffarie che ostacolano ancora l’export italiano non solo in Cina ma anche negli altri paesi attraversati dalle nuove linee di trasporto trans-euroasiatiche e altre barriere agli investimenti diretti e alla partecipazione di aziende europee agli appalti pubblici nei paesi interessati.  Questo beneficerà in maniera notevole anche l’Italia, seconda economia esportatrice nella UE e con eccellenze nel settore delle grandi opere che hanno già esperienze all’estero.  D’altra parte è stato lo stesso Xi a promettere maggiore accesso al mercato cinese. 

Insomma, Belt and Road is here to stay.  Invece di dividerci anche all’interno dei nostri paesi, sediamoci a tavolino con gli altri partner europei e immaginiamo una strategia. 


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